CYBERSECURITY, ANCORA META’ DELLE AZIENDE IGNORA I PERICOLI LEGATI AGLI OGGETTI CONNESSI

6 febbraio 2017
Pubblicato in Sicurezza Informatica

Una su tre ha un piano di investimento, meno della metà prevede un incaricato interno: sulla sicurezza le imprese italiane devono lavorare ancora molto.

Il mercato delle soluzioni di information security in Italia raggiunge i 972 milioni di euro di fatturato, in aumento del 5% rispetto al consuntivo 2015. Sono stati presentati il 2 febbraio i risultati dell’Osservatorio Information Security & Privacy della School of Management del Politecnico di Milano, condotto su un campione di 148 grandi e grandissime aziende (con un numero di addetti superiore a 250 unità) e 803 PMI (con un organico compreso tra i 10 e i 249 addetti). In quello che verrà ricordato come “anno dell’hack” e all’esplosione del fenomeno ransomware (con il numero record di 1 attacco, in media, ogni 40 secondi), l’attenzione delle aziende italiane verso il tema della cybersecurity è cresciuta.

Riguardo al ritardo delle imprese nella gestione di sicurezza e privacy, infatti, il report dell’Osservatorio rileva che “solo il 39% delle grandi imprese ha un piano di investimento con orizzonte pluriennale e solo il 46% ha in organico in modo formalizzato la figura del Chief Information Security Officer, il profilo direzionale a capo della sicurezza”. “Il Cyber Crime è una minaccia concreta anche se spesso invisibile, in grado di condizionare il mondo, come dimostrano i quotidiani fatti di cronaca, che richiede nuovi strumenti e modelli per farvi fronte” afferma Gabriele Faggioli, Responsabile scientifico dell’Osservatorio Information Security & Privacy. “I nuovi trend dell’innovazione digitale come Cloud, Big Data, Internet of Things, Mobile e Social richiedono nuove risposte non più rimandabili” aggiunge.

I progetti di sicurezza delle aziende italiane, infatti, sono orientati principalmente all’identificazione dei rischi e alla protezione dagli attacchi, mentre sono ancora immaturi il supporto alla rilevazione degli eventi e poi la risposta e il ripristino. Se qualcuno riesce a penetrare, può fare danni rilevanti (sono 18% delle imprese è formalizzata la figura del Data Protection Officer). Il pericolo maggiore è rappresentato dalla diffusione capillare (97%) di device mobili forniti ai dipendenti, con rischi non solo per il possibile furto o smarrimento dei dispositivi, ma anche per i possibili attacchi cyber mirati. E con lo sviluppo dell’Internet of Things aumenterà a dismisura il numero di dispositivi connessi alla rete e i possibili punti di accesso per un attacco al sistema informativo aziendale. Il 47% delle organizzazioni non ha ancora messo in atto nessuna azione per tutelarsi in questo ambito.

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Il nuovo Regolamento europeo sulla Protezione dei Dati Personali, spiega Faggioli, “crea alcuni dei presupposti necessari per giungere a un quadro di riferimento, che richiede però di essere compreso ed attuato. Il percorso di gestione dell’Information Security & Privacy chiede alle aziende di mettere in campo adeguati modelli di governance, progettualità e soluzioni per affrontare la trasformazione”.

Ma se il mercato dell’information security cresce è “un valore importante che tuttavia non può tranquillizzarci” indica Alessandro Piva, Direttore dell’Osservatorio Information Security & Privacy. “Se analizziamo più in profondità i dati della ricerca, ci rendiamo conto -spiega Piva– di come le grandi organizzazioni italiane siano ancora indietro: oltre la metà non ha ancora una figura manageriale codificata per la gestione della sicurezza informatica, evidenziando un gap importante rispetto a quanto avviene in altri Paesi”.

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